Visita Pastorale di Papa Giovanni Paolo II - 19/01/1986

Omelia di Papa Giovanni Paolo II durante la visita pastorale del 19 gennaio 1986

 1. Cari fratelli e sorelle!
La liturgia dell’odierna domenica ci conduce a Cana di Galilea. Ascoltando il vangelo secondo san Giovanni, partecipiamo a quello sposalizio. Siamo pure testimoni del primo segno - del primo miracolo - che il Signore Gesù ha fatto proprio là: a Cana di Galilea, dove “manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui” (Gv 2, 11). In questo modo inizia la missione messianica di Gesù di Nazaret in mezzo a Israele.

2. Che essa inizi da uno sposalizio ha la sua particolare eloquenza. Nelle persone dei novelli sposi, lo sposo e la sposa, si fa sentire in un certo senso la prima e fondamentale verità sull’uomo, che Dio creò “a sua immagine” come maschio e femmina.
Mediante ciò il Creatore ha iscritto, in un certo senso, nella loro umanità la vocazione a questa particolare comunità che maschio e femmina costituiscono nel matrimonio. Ha pure deposto nei loro cuori un pegno dell’amore sponsale, mediante il quale tutti e due reciprocamente si scelgono, “mutuamente si danno e si ricevono” (Gaudium et Spes, n. 48). Tutto ciò si fa mediante l’interpersonale alleanza matrimoniale.
Questa alleanza, la cui dignità di sacramento originario è stata riconfermata da Gesù Cristo, unisce maschio e femmina con il vincolo indissolubile “dell’amore, della fedeltà e dell’onestà matrimoniale” per tutta la vita. Tale è la forza del sacramento del matrimonio e tale è pure la logica interna dell’amore sponsale. Essa consiste nell’irrevocabile dono della propria persona a un’altra persona.

3. Il fatto che Gesù di Nazaret abbia iniziato la sua missione messianica a partire da uno sposalizio costituisce pure un riferimento molto eloquente nell’antica alleanza, come ne dà testimonianza l’odierna prima lettura tratta dal libro del profeta Isaia.
Nell’Antico Testamento Dio ha scelto Israele, a somiglianza di uno sposo che sceglie la sua sposa e si è unito ad esso con l’alleanza indissolubile. A questa alleanza Israele fu spesso infedele, e tuttavia Dio non ha ritirato la sua scelta. “Sì, come un giovane sposa una vergine, / così ti sposerà il tuo Creatore . . .” dice il profeta (Is 62, 5).

4. Quella scelta, che Dio ha fatto nell’antica alleanza, costituisce, in un certo senso, la figura e l’immagine della scelta universale con la quale, nel suo eterno amore, Dio abbraccia ciascuno e tutti in Gesù Cristo. Proprio da Israele doveva nascere il Figlio di Dio, e in lui - tutti e ciascuno - siamo stati chiamati a nascere da Dio mediante la grazia come “figli e figlie nell’unico ed eterno Figlio”.
Quando Gesù di Nazaret inizia la sua missione messianica da Cana di Galilea, fa conoscere in un certo senso che egli è proprio il ministro dell’amore sponsale del Dio dell’alleanza. Egli segnerà questo amore con il sangue della sua croce, abbracciando ormai, con la grazia della redenzione effettuata, non più il solo popolo eletto, ma tutti gli uomini eletti in lui - nel Figlio e Redentore - come popolo di Dio.

5. Durante le nozze a Cana di Galilea Gesù compie il primo miracolo, che è segno e preannunzio di tutti i doni che vengono da Dio. Ne parla san Paolo nella seconda lettura dell’odierna liturgia: “Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito . . .; a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza . . . ecc.” (1 Cor 12, 4-8): l’Apostolo enumera diversi doni che hanno avuto un particolare significato nella prima comunità cristiana a Corinto.
Quei doni dello Spirito, chiamati pure carismi, hanno un significato eguale anche nella Chiesa contemporanea, come ci insegna il Concilio Vaticano II. Essi sono importanti non solo per la santificazione personale, ma anche per il bene della comunità in quanto “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor 12, 7). Quei doni, i carismi, si manifestano poi in diversi ministeri e in diverse attività in favore del bene comune. Leggiamo: “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4-6).

6. Torniamo ancora una volta a Cana di Galilea e al mistero del matrimonio ivi significato. Il sacramento dell’unione nuziale consolida, purifica e porta a pienezza l’amore, facendolo diventare carità coniugale e donando così agli sposi la grazia di partecipare, in modo proprio e specifico, alla carità di Cristo per la sua Chiesa.
La caratteristica di tale grazia è di essere frutto dell’amore che lega il Redentore alla Comunità dei credenti con una intima unione, la quale è legge e modello di tutte le altre. Inscritta nella relazione di Cristo con la Chiesa, l’unione sacramentale dell’uomo con la donna ha in essa la sua consistenza, la sua purezza, la sua fecondità, e riceve anche un dono particolare, una grazia particolare.
Perciò è in questo Amore vivificante che ai vari componenti del nucleo familiare sono concessi quei carismi tipici del loro stato di vita: il dono e compito di sposo e di padre, che permette di adoperarsi con forza e generosità nel garantire lo sviluppo unitario di tutti i membri della casa; (cf. Ioannis Pauli PP. II Familiaris Consortio, 25) il dono e compito di sposa e di madre, che costituisce la donna come centro affettivo dei suoi cari, con quella delicata e attenta tenerezza che le è propria. Ma non va dimenticato, per quanto riguarda i genitori, il dono e compito di maestri di vita e di fede, che rende capaci di curare la crescita e la formazione dei figli; e, per quanto riguarda i giovani, il dono e compito di figli, per il quale devono contribuire in modo prezioso “all’educazione della comunità familiare e alla stessa santificazione dei genitori” (cf. Familiaris Consortio, 26), obbedendo e portando loro rispetto.
La vita è un dono, e la presenza dei figli rende sempre più consapevoli che quanto vi è di bello e di positivo nell’esistenza viene gratuitamente da Dio.

7. Tuttavia, poiché l’amore, ogni amore, tende per esigenza intrinseca ad espandersi, a diffondere il bene attorno a sé, anche questo ambito costituito dall’amore sponsale non può restare chiuso in se stesso, ma deve essere aperto al bene della comunità ecclesiale e sociale. Deve impegnarsi in responsabilità e legami sempre più vasti, mediante una solidarietà, una disponibilità e una dedizione tali da fare della famiglia una scuola di socialità, perché scuola di umanità ricca e completa (cf. Gaudium et Spes, 52).
Perciò seguendo l’ispirazione, che attingiamo dall’odierna liturgia, preghiamo in modo particolare perché le coppie sposate e le famiglie collaborino con la grazia del sacramento del matrimonio, così che la grazia di Dio in loro “non sia accolta invano” (cf. 2 Cor 6, 1).
Preghiamo perché non si moltiplichino i matrimoni distrutti. Questi dolorosi fallimenti sono frequentemente dovuti al fatto che la concezione della libertà non poggia sulla roccia della verità sull’uomo, ma ne esaspera l’indipendenza e l’individualismo. Proprio da qui derivano le piaghe che affliggono il matrimonio nella società contemporanea: la mentalità edonistica e consumistica, l’incapacità ad accettare sacrifici, l’infedeltà, l’egoismo e la non apertura a nuove vite, la sterilizzazione, l’aborto. La non adeguata conoscenza dei valori morali e l’impreparazione a una convivenza familiare ad essi ispirata è, poi, causa del fatto che non viene dato il dovuto credito all’istituto familiare e si giunge a rifiutare il matrimonio religioso.
Per tutto ciò preghiamo oggi, in questa chiesa di San Gaetano. Non solamente per le famiglie di questa parrocchia e della città di Roma, ma per quelle di tutta la Chiesa e di tutto il mondo. Preghiamo, inoltre, perché ogni cristiano presti la sua opera per porre rimedio alle ferite ricordate, diventando sempre più sincero testimone di Cristo, come, del resto, l’Ottavario di preghiere per l’unità dei cristiani iniziato ieri ci invita a fare su scala ecumenica.
Eleviamo preghiere al Signore affinché si compia tra i credenti in Cristo quel disegno di unità, per cui siamo stati voluti e creati. È l’unità l’irrinunciabile testimonianza evangelica di fronte all’umanità intera e l’espressione di una caratteristica essenziale della Chiesa: quella di essere comunione. “Cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4, 16).

8. Sono lieto di poter oggi essere qui, cari fratelli e sorelle, nella parrocchia di San Gaetano da Thiene, apostolo del Divin Amore e modello di misericordia cristiana. Desidero salutare il signor cardinale vicario e mons. Alessandro Plotti, vescovo ausiliare della zona pastorale, di cui fa parte questa comunità ecclesiale. Ad essi unisco con affetto il parroco, padre Luigi Palombi, i vice-parroci e gli altri due religiosi teatini, che con loro collaborano. Sono a conoscenza della sollecitudine, con la quale fraternamente uniti portano la responsabilità di essere guide ed educatori nella fede.
Il loro ministero, poi, è reso capillare e articolato dai vari gruppi laicali: ad essi e al consiglio pastorale, che in gran parte li coordina, di cuore rivolgo la mia parola di saluto. Menziono l’Azione Cattolica del settore adulti, giovanissimi e ragazzi, il Gruppo servizio anziani, la Caritas, l’Apostolato della preghiera, il Comitato di impegno sociale, il Circolo culturale, il Laboratorio missionario, l’Associazione guide ed esploratori italiani, i Ministranti, il gruppo giovanile e quello del “dopo cresima”. Mentre rivolgo un particolare saluto alle religiose di Gesù e Maria, intendo indirizzare una parola di benvenuto alle suore indiane della Congregazione dell’Adorazione del Santissimo Sacramento. Il vostro recente arrivo costituirà nella clinica, dove siete state chiamate ad assistere i malati, un concreto segno della compassione e della cura che Dio ha per i sofferenti.
Giunga infine il mio saluto sia a voi, qui raccolti per questa liturgia eucaristica, come a quanti non sono potuti intervenire. A tutti rivolgo l’invito di fare della vostra parrocchia un nucleo di pietà e di carità. Di pietà perché in essa vi radunate per lodare e rendere culto a Dio. La preghiera infatti rappresenta il dinamismo essenziale generato dalla vita di comunione. Di carità, perché è un’esigenza dell’esistenza cristiana il condividere con creatività e vigore la realtà da cui si è nati e da cui continuamente si dipende. In ciò vi sia di modello il vostro patrono, san Gaetano, che per la sua familiarità con Dio e per il suo amore disinteressato al prossimo, è chiamato il “Santo della Provvidenza”.

9. In Cana di Galilea, alle nozze, accanto a Gesù Cristo vi è sua Madre. Anch’ella intercede in favore dei novelli sposi, che si trovano in una situazione di disagio. Facendo proprio il loro imbarazzo, ne ha compassione: “E che altro può scaturire dalla sorgente della pietà se non la pietà stessa?” (S. Bernardi Opera, Ed. Cisterc., IV 1966 315).
Nel brano che abbiamo ascoltato poco fa durante la liturgia della Parola, come in vari altri episodi evangelici, vediamo che Maria è accanto a Cristo, lo accompagna sempre nella sua vita, e anche nel momento della sua morte in croce è forte e ferma vicino a lui, accogliendo per sua amorosa disposizione, noi, gli uomini tutti come suoi figli.

10. Nello stesso luogo Maria pronuncia anche queste altre parole: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5). Dinanzi alla risposta di Gesù: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2, 4) ella, dolce e umile, non si perde d’animo e raccomanda ai servi di fare quello che egli avrebbe detto loro.
Anche a noi la Vergine Beata rivolge l’invito a mettere in pratica la parola del Figlio suo, e fa comprendere che l’Amore non solamente è un dono, ma è anche un comandamento. Un’esigenza ineludibile e gravida di conseguenze, che spinge a condurre la nostra esistenza come obbedienza e come servizio.
Termino con l’augurio che Gesù porti a compimento l’opera iniziata fra voi e nelle vostre famiglie e che questa parrocchia, mentre nella carità costruisce la chiesa, lavori ogni giorno per una promozione autenticamente umana.


Ai parrocchiani

Ringrazio per le parole del vostro parroco e saluto tutta li comunità dedicata a san Gaetano e condotta dai suoi figli spirituali, i padri teatini. Saluto tutte le case in cui abitano i componenti, i membri di questa comunità parrocchiale, tutte le famiglie, tutte le persone presenti qui, ora, o anche assenti, ma presenti attraverso la presenza della Chiesa che si iscrive nella vostra comunità umana e cristiana. Saluto soprattutto questa casa di Dio dove abita sacramentalmente Cristo, nostro salvatore, nostro redentore, Cristo che fa di noi tutti, della vostra comunità umana, dei vostri cuori, dei vostri spiriti, delle vostre coscienze, delle vostre opere il suo corpo mistico. Ecco la realtà dinanzi alla quale ci troviamo. Ecco il mistero della Chiesa che vogliamo vivere con questa visita pastorale. Ecco la vostra identità: il mistero della parrocchia dentro il mistero della Chiesa.
Saluto tutti molto cordialmente, vi ringrazio della vostra presenza, vi auguro un buon anno perché siamo ancora nelle prime settimane di questo 1986. E auguro tutto il bene di questa terra e il bene soprannaturale a ciascuno e a tutti.

Agli anziani

La vostra età è una benedizione di Dio, è una grazia come ogni periodo della nostra vita, della nostra esistenza è marcato con la grazia di Dio. Siamo tutti portati da questa forza soprannaturale che ci viene da Cristo tramite il suo Santo Spirito, Io vi auguro di vivere in questa grazia, di crescere ancora in questa grazia di Dio e di trovare nella grazia la giovinezza perché siamo tutti figli e figlie di Dio nostro Padre. Allora siamo come bambini interiormente, nonostante gli anni. Questo è il messaggio che volevo trasmettervi, ringraziando per questa accoglienza così calorosa, ringraziando per queste belle parole, per questa poesia ispirata. A tutti i presenti e a tutti gli anziani di questa parrocchia un buon anno nel Signore.

Ai rappresentanti dei gruppi parrocchiali

Quando mi trovo in una parrocchia, quando incontro un consiglio pastorale - e incontro questi consigli dappertutto a Roma, in tutte le parrocchie - penso subito al Concilio, perché questi consigli sono uno dei frutti del Concilio Vaticano II. Non sono solamente un frutto di tipo strutturale, non sono una struttura, sono - e lo è anche il vostro - un’espressione della nuova responsabilità che la Chiesa ha ricevuto dallo Spirito Santo per mezzo del Vaticano II.
Questa responsabilità tocca tutto il popolo di Dio o, per dire ancora meglio nella linea della tradizione paolina, tutto il Corpo di Cristo, tutto il Corpo della Chiesa. È responsabilità solidale: sacerdoti, religiosi e religiose e laici, tutti insieme. Tutti costituiscono una parte della Chiesa, una parte omogenea della Chiesa universale e insieme particolare. Tutti insieme costituiscono questa parte e tutti si sentono responsabili della Chiesa in quella concreta dimensione. Questa è l’espressione molto significativa, molto promettente e, direi, tanto necessaria. È un segno dei tempi. Così penso di ogni consiglio pastorale nella parrocchia e così penso anche di questo vostro consiglio che ora ho il privilegio di incontrare.
Vorrei, nello stesso tempo, augurare al vostro consiglio di essere strumento efficace della grazia di Cristo, capo della Chiesa, capo invisibile, ma capo supremo, autentico, del suo corpo. Il mio augurio è che questo consiglio sia uno strumento, un organo efficace di Cristo, dello Spirito Santo. Auguro anche a tutti, a ciascuno dei presenti, di trovare in questa comunità, in questo consiglio pastorale una parte della propria vocazione cristiana, una parte notevole, perché la vocazione cristiana è intimamente personale. È la vocazione alla santità, alla partecipazione alla vita di Dio e, nello stesso tempo, è una vocazione comunitaria, è una vocazione all’apostolato di tutti, non solamente di alcuni. Vi auguro di trovare questa vocazione e tutto ciò che questa vocazione significa e comporta nella vita personale e nella vita comunitaria, nella vita della famiglia, nella vita dei diversi ambienti. Questi sono i miei auguri. La parrocchia di San Gaetano è la prima che ho il privilegio di visitare in questo nuovo anno, così questi auguri sono anche l’augurio di buon anno.

Ai giovani

Desidero salutare tutti i presenti e ringraziare per le belle parole. Era un vero messaggio quello di voi giovani della parrocchia di San Gaetano. Un messaggio offerto al Vescovo di Roma durante la sua visita, un messaggio molto ricco, composto di vari elementi, in sintonia con le caratteristiche dei vari gruppi che hanno partecipato a questa presentazione. Un messaggio anche ricco, lungo. Io cercherò di essere breve.
Come prima risposta al vostro preziosissimo messaggio vorrei augurarvi di non pensare mai, specialmente in questo periodo della vostra vita, e anche quando sarete adulti, di non pensare mai che il male è più forte del bene. Non pensatelo mai perché noi tutti dobbiamo sempre guardare a Cristo. E Cristo ci dà la testimonianza definitiva, la testimonianza assoluta di questa verità, di questa constatazione: che il male non è più forte del bene. E da questa affermazione, anzi da questa verità, un’altra ne deriva: che non bisogna lasciarsi vincere dal male e che anzi bisogna vincere il male con il bene. È una consegna apostolica, sono infatti parole di san Paolo. Ed ecco la conseguenza della prima verità è proprio questa consegna. Sono convinto che voi che vi trovate qui riuniti in questi “clan”, in questi gruppi del dopo-Cresima, dell’Azione Cattolica e in altri gruppi, sono convinto che voi tutti siete qui per non cedere alla tentazione, ma appunto per vincere il male con il bene. E questo io vi auguro.
Ho scritto tempo fa una lettera ai giovani e quella lettera era in un certo senso un commento alle parole del primo predecessore di ogni Papa, alle parole di san Pietro. Diceva san Pietro: Cercate di dare testimonianza di quella speranza che è in voi. Ecco, se noi vogliamo offrire questa testimonianza, se voi volete offrire la testimonianza della grande speranza che è in voi proprio in ragione della vostra giovinezza, se vogliamo tutti rimanere sulla linea della speranza per gli altri, per la Chiesa, per tutti i popoli, per il mondo, allora dobbiamo vincere il male con il bene. Ma per vincerlo, non dobbiamo mai pensare che il male è più forte. Cristo ce ne dà la prova, Cristo Crocifisso è la prova di questa verità. E questo è il mio augurio, formulato in questa circostanza, durante questa visita, in questo incontro così caro, così prezioso per me, con voi giovani della parrocchia di san Gaetano. All’inizio di ogni anno si è soliti dire, appunto, “buon anno”, e io ricambio il vostro augurio, chi vuole sintetizzare il significato di questo incontro.
Voglio dire una parola di saluto e di ringraziamento a tutti i presenti, ai bambini, ai ragazzi, alle ragazze, ai genitori, agli insegnanti, ai maestri, alle maestre, agli istruttori, ai diversi gruppi come l’ACR e quello degli scout. Naturalmente saluto anche i vostri sacerdoti. Voglio ringraziarvi per questa accoglienza così bella e sostanziosa, perché avete preparato un programma molto interessante. Vorrei ringraziare tutti gli elementi di questo programma. Vi ringrazio per i canti, per le lettere che avete scritto al Papa e per i contenuti di queste lettere. Si vede che i ragazzi di questa parrocchia si interessano di tutte le cose importantissime della vita del mondo d’oggi. Potrebbero scrivere anche delle encicliche per le loro preoccupazioni e anche per il modo di affrontare i problemi.
Ringraziandovi per le vostre buone iniziative - vi chiedo anche una preghiera per quando mi troverò in India che, come sapete, non è un Paese cattolico. È soprattutto induista e parzialmente musulmano. I cattolici sono relativamente pochi, ma sono lì già da duemila anni. Come a Roma anche in India il cristianesimo è molto antico, molto provato.

Ai bambini

Vi ho salutati, vi ho ringraziati e vorrei riferire tutto questo a ciò che costituisce il centro vero del nostro incontro. Questo centro vero è Gesù Cristo. Il Papa, come Vescovo della vostra Chiesa di Roma, viene in visita nella parrocchia di San Gaetano. Gesù si trova sempre tra voi. Vi è sacramentalmente, eucaristicamente, ma è qui sempre. Non è un visitatore. È, possiamo dire, un parrocchiano, un cittadino, uno di voi. Il nostro Signore, il nostro Redentore è sempre in mezzo a noi, spiritualmente, sacramentalmente, eucaristicamente. È Gesù che compie le visite, ma queste sue visite sono diverse perché sono invisibili, sono spirituali, toccano i cuori, toccano le coscienze, si rivolgono al nostro profondo io umano e cristiano.
Sono qui presenti i ragazzi che si preparano alla prima Comunione. Sappiamo bene quale momento della vita cristiana dei giovani è rappresentato dalla prima Comunione: una visita eucaristica di Gesù Cristo presente in questo sacramento, presente per visitare i nostri cuori, per abitare in noi anche con questo segno sacramentale che riceviamo nella Comunione eucaristica, per abitare in noi, nei nostri spiriti e formarci dal di dentro a sua somiglianza. Egli, Figlio di Dio, primogenito, eterno consostanziale al Padre, fa di noi i figli di Dio per adozione. Questo costituisce la nostra più grande dignità, questo costituisce anche la nostra ultima speranza, perché essendo figli di Dio siamo chiamati ad abitare con Dio per tutta l’eternità che si apre dopo questa vita terrena.
Vorrei attirare la vostra attenzione, soprattutto il vostro amore verso Gesù Cristo, perché sono il suo servitore, il suo apostolo e sono venuto per portare con me, con le mie parole, con il mio ministero, la sua presenza, il suo Vangelo e la sua salvezza.

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